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		<title>La democrazia non si salva con Fini</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 12:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
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		<description><![CDATA[Il discorso &#8211; proclama &#8211; manifesto di Gianfranco Fini dal palco della sua festa &#8220;tricolore&#8221; di Mirabello mi sembra che possa essere diviso in due parti distinte e, al contempo, comunicanti tra loro. Vediamo, dunque: il Presidente della Camera dei Deputati afferma che vuole un Paese in cui si facciano anche delle leggi di protezione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il discorso &#8211; proclama &#8211; manifesto di Gianfranco Fini dal palco della sua festa &#8220;tricolore&#8221; di Mirabello mi sembra che possa essere diviso in due parti distinte e, al contempo, comunicanti tra loro. Vediamo, dunque: il Presidente della Camera dei Deputati afferma che vuole un Paese in cui si facciano anche delle leggi di protezione della figura del capo del governo a patto che non confliggano con l&#8217;interesse popolare. Poi parla delle leggi ad personam: sono leggi da cestinare, dice Fini. Poi ancora: non si rientra (riferendosi al nuovo partito che nasce, Futuro e Libertà per l&#8217;Italia) in ciò che non c&#8217;è più (riferendosi qui al Popolo della Libertà).<span id="more-1528"></span><br />
Dunque Fini imposta il suo divorzio col Cavaliere nero di Arcore su basi legalitarie, difendendo il lavoro della magistratura, difendendo la Costituzione e dichiarando defunto il patto federativo prima e unificante poi tra Forza Italia e Alleanza nazionale.<br />
Posso, per una volta, dire che un esponente del centrodestra ha paradossalmente ragione quando afferma: &#8220;Ma Fini, in questi quindici anni, dove è vissuto? Su Marte?&#8221;.<br />
E&#8217; chiaro che Fini non ha vissuto sul pianeta rosso: i fascisti su Marte li ha immaginati solo Corrado Guzzanti e anche con una pellicola di scarso successo pur se, a tratti divertente. Al berlusconismo politico morente, l&#8217;ex delfino di Giorgio Almirante oggi vuole preparare il terreno per sostituirlo con una destra che si può benissimo definire &#8220;nazionalista&#8221;, &#8220;moderna&#8221; se volete. Una destra che non ha timore del suo passato, che lo rivendica come elemento mnemonico ma che, al contrario di Storace e di Rauti, incarna in sè tutte le caratteristiche della forza che vuole presentarsi come rispettabile per quella fetta di padronato che è stanca delle sortite del Cavaliere e che cerca una sponda per allargare i propri interessi, per adoperare la macchina politica non per proteggere con le leggi ad personam questo o quel deputato, questo o quel senatore. Non per fare ministri persone che solamente in questo modo possono sottrarsi al giudizio dei tribunali. Non per avere un Presidente del Consiglio che sposta l&#8217;azione politica tutta sulla sua persona e su quella del suo solo gruppo imprenditoriale.<br />
Una destra moderna nel senso più deteriore del termine: che si trasforma camaleonticamente, che prende la forma che di volta in volta vuole il comitato d&#8217;affari dell&#8217;economia italiana e non solo. Che, in poche parole, riesca ad essere la cinghia di trasmissione degli interessi borghesi e capitalistici con meno lacci e laccuioli, con meno difficoltà pratiche e anche di immagine di come abbia fatto sino ad oggi Berlusconi.<br />
E così Fini riesce ad apparire uno strenuo difensore persino della Carta Costituzionale, della figura del Presidente della Repubblica, delle Istituzioni repubblicane tutte. Non difficile sembrarlo, e nemmeno esserlo vedendo cosa è stato sino ad oggi il potere berlusconiano e dove ha portato questo sciagurato Paese. Ma, per l&#8217;appunto:  dove era Gianfranco Fini sino ad oggi? All&#8217;opposizione? Non è forse stato lui che ha dato vita con Berlusconi e Bossi al tripartito che da vent&#8217;anni a questa parte ha sconvolto gli equilibri sociali di una Italia precaria in ogni settore della sua vita?<br />
Non era forse Fini colui che si trovava nella Questura di Genova durante i fatti del G8? Non era forse Fini quello che sino a che non è salito agli scranni alti della Camera, aveva lo stesso atteggiamento verso i migranti di quello mostrato dalla Lega ancora oggi? Non porta forse la sua firma la famigerata Legge che perseguita le vite di questi disperati che sbarcano con mezzi di sfortuna (altro che &#8220;di fortuna!) sulle nostre coste?<br />
Questi interrogativi sono necessari. Lo sono perché devono riportarci tutte e tutti alla memoria chi è Gianfranco Fini e chi pretende di essere oggi. E l&#8217;indulgenza di Rosy Bindi nel dichiarare possibile una alleanza tra PD e Futuro e Libertà per battere Berlusconi è veramente uno sproloquio grottesco, al limite della smargiassata.<br />
E non è immaginabile in nessun dove, quindi è un &#8220;non luogo&#8221;, una utopia, una alleanza tra Rifondazione Comunista, PdCI (quindi tra Federazione della Sinistra) e Fini. Non è una mera questione ideologica: è di più. E&#8217; l&#8217;impossibile anche minimo dialogo sull&#8217;esigenza di cambiamento sociale che proponiamo da sempre. Se questo dialogo può avvenire con forze democratico-riformiste, non è possibile con chi alle spalle una storia fascista e nel suo futuro un rafforzamento del quadro economico-politico sorretto dagli interessi confindustriali e dal più feroce liberismo. In questo Berlusconi e Fini non hanno differenze: sono entrambi sostenitori del potenziamento delle regole del mercato nella vita di tutti noi. Sono privatizzatori, mercificatori e il sociale è una mediocre variabile esclusivamente dipendente dal profitto e dalla produttività delle imprese.<br />
Esiste poi, ovviamente, una pregiudiziale storico-ideal-politica: con i fascisti, con i post-fascisti e con gente come quella che governa oggi il Paese (xenofobi, razzisti, omofobici, antidemocratici della più brutt&#8217;acqua) non si farà mai nessuna alleanza e non si partecipa nemmeno ai loro congressi. Sono forze eversive, che ancora oggi attentano alla Costituzione della Repubblica, a sovvertirne i valori più nobili, belli e libertari. Sono forze che vanno battute democraticamente e, per questo, la proposta di Bersani di ricostruzione del centrosinistra è la proposta giusta. Così come lo è quella di riunire la sinistra comunista, socialista e verde in un patto che mostri le differenze programmatiche col resto della costituenda (se così sarà) coalizione per l&#8217;alternativa democratica e costituzionale.<br />
Con Fini, (e i rimasugli della ex RSI che si porta dietro&#8230; come Mirko Tremaglia) dunque, mai. I salvatori della Patria sono sempre gente pericolosa&#8230; Mussolini, Craxi, Berlusconi&#8230; Fini&#8230; Nessuno l&#8217;ha salvata, tutti l&#8217;hanno violentata e portata alla miseria intellettuale e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">MARCO SFERINI</p>
<p style="text-align: justify;">6 Settembre 2010</p>
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		<title>I precari e gli studenti tra le macerie della scuola pubblica</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 08:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[Si ripete spesso che il grado di civiltà di un paese si misura in base allo stato delle sue scuole e delle sue carceri. Due ambienti profondamente differenti che uno scrittore per bambini come Carlo Collodi metteva in netta contrapposizione nel suo capolavoro, facendo dire al saggio grillo o alla fata che chi non va [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si ripete spesso che il grado di civiltà di un paese si misura in base allo stato delle sue scuole e delle sue carceri. Due ambienti profondamente differenti che uno scrittore per bambini come Carlo Collodi metteva in netta contrapposizione nel suo capolavoro, facendo dire al saggio grillo o alla fata che chi non va a scuola, presto o tardi o finisce all&#8217;ospedale o in prigione. La scuola, dunque, come fondamento e architrave della società, luogo di preparazione delle giovani menti all&#8217;ingresso &#8211; così si usa dire &#8211; nella vita vera e propria. Ma davvero oggi la nostra scuola, la scuola della Repubblica, è in grado di dare ai giovanissimi che la frequentano un grado <span id="more-1523"></span>di maturità tale da consentire loro di affrontare la vita con tutte le nuove e impetuose difficoltà che ha accumulato in questi decenni di ferocia capitalistica e liberismo selvaggio?<br />
Non è forse vero che anche la scuola pubblica è stata dimensionata secondo gli schemi del mercato e ridotta ad una pallidissima trasfigurazione di ciò che invece le assegna la Costituzione in quanto a ruolo, in quanto a fondi e sostegni da parte dello Stato?<br />
L&#8217;Autunno che a breve inizierà sarà caldissimo anche su questo fronte. E non potrebbe essere altrimenti allor quando un ministro della pubblica istruzione dichiara con una disarmante e angosciante tranquillità che nessun governo è in grado di &#8220;assorbire 200.000 precari&#8221;.<br />
E di chi la colpa? Dei precari? Degli studenti? Genericamente dello Stato? Oppure della concezione delle &#8220;tre I&#8221; berlusconiane e dei cedimenti che anche nella sinistra politica di questo nostro Paese hanno aperto il viatico alla costituzionalizzazione di un principio incostituzionale: il finanziamento pubblico alle scuole private&#8230;?<br />
Le ultime tagliole imposte dall&#8217;attuale esecutivo e segnatamente dalla ministra Mariastella Gelmini, non sono che il completamento, il &#8220;decreto di attuazione&#8221;, per modo di dire, dell&#8217;insieme di legislazioni privatistiche che si sono accumulate nel tempo e che oggi portano la scuola pubblica ad essere un perfetto carrozzone da rottamare: oltre 50.000 classi sono senza insegnanti e il taglio complessivo dei finanziamenti si aggira sugli otto miliardi di euro. Cifre da capogiro anche per i precari, come abbiamo visto all&#8217;inizio di queste righe. Ma secondo la ministra tutto va bene, o almeno facciamo finta che tutto vada bene e mai un governo avrebbe tutelato così splendidamente la scuola della Repubblica.<br />
Non mancano nemmeno gli insulti, quando Gelmini apostrofa i malaugurati precari come persone politicamente eterodirette o facenti parte del partito di Di Pietro. Quando nemmeno le cifre del ministero della pubblica istruzione riescono a smentire il disastro &#8211; scuola pubblica, ecco che si ricorre anche a questi mezzucci per minimizzare la vicenda, per circoscriverla in un ambito di strumentalizzazione prettamente legata alla contrapposizione politica.<br />
E dietro a tutto questo resta il dramma vero, concreto, ineludibile di un settore della vita pubblica italiana, della crescita di centinaia di migliaia di giovani, di un diritto universale riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione vilipeso, violentato e ridotto ad appendice del privato e degli interessi dell&#8217;economia di mercato.<br />
Una alternativa politica e sociale serve anche in questo senso: per gli studenti, per gli insegnanti, per le famiglie dei ragazzi e delle ragazze che tra pochi giorni torneranno sui banchi di una scuola che non avrà più bisogno di un terremoto per crollare (e anche il tema della sicurezza degli edifici è un tema da non sottovalutare&#8230;): basterà lasciar fare ancora per qualche tempo a questo traballante governo e vedrete, il crollo sarà subitaneo.</p>
<p style="text-align: justify;">MARCO SFERINI</p>
<p style="text-align: justify;">3 Settembre 2010</p>
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		<title>Lr estate! &#8211; Che brutta, Italia, che sei diventata</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 09:09:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fai quasi schifo e anche un po&#8217; pena, Italia. Sei diventata brutta, violenta, piena d&#8217;odio e presa da un vortice di passioni negative. Tutta protesa a dare calci ad un bengalese che si riposa in spiaggia: bambini di dieci anni che se la ridono, che pronunciano frasi apertamente razziste, che tirano calci e che sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fai quasi schifo e anche un po&#8217; pena, Italia. Sei diventata brutta, violenta, piena d&#8217;odio e presa da un vortice di passioni negative. Tutta protesa a dare calci ad un bengalese che si riposa in spiaggia: bambini di dieci anni che se la ridono, che pronunciano frasi apertamente razziste, che tirano calci e che sono &#8220;benedetti&#8221; dal sorriso a trentadue denti dei genitori. Un episodio vergognoso, anzi schifoso come te, Italia mia&#8230; Non se più l&#8217;Italia solidale di qualche tempo fa&#8230; Sei diventata cinica, spietata, senza nessuna propensione solidale. <span id="more-1516"></span><br />
Una coppia gay a Padova si apparta per avere un po&#8217; di intimità. Li circondano dei ragazzi dall&#8217;accento napoletano: &#8220;Froci di merda!&#8221; gli urlano. Riescono a mettersi in salvo con una provvidenziale partenza dell&#8217;automobile.<br />
E&#8217; inutile nasconderlo, sei brutta cara Italia e ogni giorno che passa mi fai anche un po&#8217; pena. Sempre più pena, perché se questo è il tuo popolo, allora non è più il mio.</p>
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		<title>Alla punta estrema, a sinistra, dell&#8217;esercito democratico</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 14:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[alleanze]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[Pierluigi Bersani]]></category>
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		<description><![CDATA[Sì, parliamo di esercito, ma di un esercito senza armi. Di un esercito che si deve prima di tutto costituire o, meglio ancora, ricostituire per affrontare una situazione sociale, politica ed economica di una gravità inaudita. Viviamo da anni in un sistematico logorio delle regole democratiche, in un depauperamento dei valori costituzionali, in una assurda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sì, parliamo di esercito, ma di un esercito senza armi. Di un esercito che si deve prima di tutto costituire o, meglio ancora, ricostituire per affrontare una situazione sociale, politica ed economica di una gravità inaudita. Viviamo da anni in un sistematico logorio delle regole democratiche, in un depauperamento dei valori costituzionali, in una assurda &#8211; eppure reale &#8211; commistione di poteri dove il Parlamento viene  spesso e volentieri usato dal governo per l&#8217;approvazione di normative volte alla tutela del singolo piuttosto che del collettivo.<br />
E ora siamo alle porte di una crisi di governo che parrebbe arrivare salvifica, come panacea di tutti i mali e che, quasi certamente, provocherà ulteriori sconquassi, agitando il mare mosso della politica e portando i cantori del qualunquismo e della xenofobia ad<span id="more-1512"></span> infarcire tv, radio e internet di spot contro il pericolo &#8220;rosso&#8221;, denunciando chissà quale altra persecuzione giudiziaria o politica nei confronti del Cavaliere nero di Arcore.<br />
Esiste quindi un&#8217;emergenza per la democrazia di questo nostro Paese ed è un dato incontestabile, a meno che non si analizzi la contingenza sociale e politica dell&#8217;oggi con una scala di valori diversa da quella che ha ispirato la Costituzione ed alla quale dobbiamo fare riferimento proprio per salvare quel che resta dei diritti (e anche dei doveri) del cittadino, del lavoratore, dello studente, del malato, della donna, dell&#8217;omosessuale, del migrante, del povero in canna. Insomma, di tutte le categorie vessate dalla crisi economica e dai pregiudizi e dalle ritorsioni eversivamente autoritarie che il potere scatena su loro.<br />
La proposta del segretario del PD di dare vita ad un nuovo centrosinistra va, dunque, nella direzione giusta: tutte le forze democratiche e antifasciste oggi all&#8217;opposizione devono unirsi in una grande alleanza democratica per mandare a casa questo governo e per, in seconda ma non meno importante istanza, cancellare le fondamenta del cesarismo berlusconiano di cui ancora oggi portiamo i segni e che sono sempre più marcati sulla pelle di ognuno di noi, nelle menti di ciascuno.<br />
Esistono delle difficoltà di natura programmatica, che non sono ascrivibili solamente a capricci identitari o ad esigenze di distinzione, ma che segnano per davvero percorsi diversi in un ipotetico post-berlusconismo: ad oggi è di primaria importanza liberarsi delle destre e del loro esecutivo antidemocratico; in seguito si ragionerà sulla disposizione che ogni forza politica dovrà e potrà mantenere all&#8217;interno di un governo di &#8220;salute pubblica&#8221; che faccia poche ragionevoli cose per riportare equilibrio tra i poteri dello Stato, eliminare le conflittualità di interessi eluse con leggi e decreti da due anni a questa parte, garantire un ritorno ad un metodo elettorale proporzionale cancellando l&#8217;era del maggioritario e, infine, operare per una riqualificazione del lavoro, per un ridimensionamento drastico dei privilegi confindustriali legati, fondamentalmente, alla defiscalizzazione selvaggia messa in opera da Tremonti e soci.<br />
Conosco le obiezioni di molte compagne e compagni a questo progetto di prossimo termine: &#8220;Non possiamo allearci con il PD perché fa politiche economiche simili a quelle destre&#8221;; &#8220;Dobbiamo alimentare le proteste di piazza invece che pensare la Parlamento&#8221;; &#8220;La crescita di Rifondazione Comunista e della FdS non passa attraverso la politica delle alleanze ma bensì nel radicamento sociale&#8221;.<br />
Condivido tutte e tre le ispirazioni di base che conducono a ragionamenti di questo tipo, ma è la sintesi che non mi convince. E non mi convince perché non tiene mai conto dei rapporti di forza dati, ma si sposta nell&#8217;ipotetico, fa una trasvolata nella definizione di ciò che dovrebbe essere e trasforma il condizionale in imperativo senza che si vedano le storture e le asintonie con la cruda, amara, indigesta realtà dei fatti.<br />
E siccome i fatti hanno sempre e solo la testa dura, bisogna riconoscere e bisogna riconoscerci che, da comunisti, non abbiamo nessun diritto di separarci dai fatti: sia dai dati di fatto, da quei numeri che ci dicono come oggi le nostre proposte politiche trovino purtroppo un ristrettissimo consenso; sia dai fatti veri e propri, senza i quali non è possibile fare politica, non è possibile tradursi in elemento fondante e portante all&#8217;interno del Parlamento per tutte quelle categorie deboli, disarcionate dal diritto alla vita e cadute nel fango della sopravvivenza.<br />
In vent&#8217;anni di vita politica, ho sempre sentito qualcuno spostarsi &#8220;più a sinistra&#8221; di me, ma sempre e solo su piattaforme che non avevano la benché minima possibilità di un riscontro nel reale. Nemmeno in un incipit organizzativo. Ho sempre sentito urlare, in queste occasioni di discussione sulle alleanze, slogan salvifici per i lavoratori attaccando il compromesso. E ho visto compagne e compagni scegliere di non votare, di pasticciare la scheda con una falce e martello per protesta, e così via&#8230;<br />
E&#8217; vero: abbiamo sbagliato molte cose in questi anni. Sono stati fatti errori clamorosi: dalla partecipazione al governo Prodi sino alla costruzione di quell&#8217;assembramento di indistinzione che fu &#8220;la Sinistra l&#8217;Arcobaleno&#8221;.<br />
Avrei voluto anch&#8217;io permettermi il lusso di non fare campagna elettorale, di scansare ciò che non mi convinceva con un fregar di mani e quattro spallucce. Invece non l&#8217;ho fatto, perché ho sempre pensato che ci sarebbe stata la possibilità di migliorare le cose col tempo: battendosi, lottando, stando in minoranza o in maggioranza.<br />
Nessuno di noi ha il diritto di isolarsi e di stare a guardare la sollevazione proletaria delle masse che non verrà&#8230;<br />
Al contrario, una ripresa dell&#8217;autonomia comunista in un contesto unitario democratico è oggi il rilancio di una politica che ci fece avanzare fino all&#8217;8,9%, che ci attribuì tutti questi consensi popolari perché era sentita la nostra credibilità nella radicalità di ciò che esprimevamo ma in un ambito non separato, ma unitario, condiviso con forze certamente di sinistra moderata e pure di centro liberale.<br />
Marx scrive, proprio in merito alla politica delle alleanze&#8230;: <em>“Il proletariato deve marciare con il grande esercito democratico alla punta dell’ala  sinistra, ma guardandosi bene dal rompere ogni legame con il grosso  dell’esercito. Il proletariato non ha il diritto di isolarsi, ma esso deve, per quanto ciò possa sembrare duro, respingere quanto potrebbe separarlo dagli alleati.”. </em>E i comunisti tanto meno.<em></em></p>
<p style="text-align: justify;">MARCO SFERINI</p>
<p style="text-align: justify;">27 Agosto 2010<em><br />
</em></p>
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		<title>Lr estate! &#8211; Ma i padroni dicono sempre NO</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 10:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Fiom]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cantava così Ivan Della Mea. Ho già avuto modo di scriverlo in precedenti articoli sulla Fiat e su altre vicende come Eutelia. Giusto e costituzionale il richiamo del Presidente della Repubblica. La Fiat è nell&#8217;illegalità e se ne bea. A questo punto è arrivata la sovversione verso i diritti dei lavoratori in Italia: vi paghiamo ma non ci serve il vostro lavoro. Un lavoro che produce comunque plusvalore per il gruppo torinese. E che, nella vicenda di Melfi, contraddirebbe qualunque legge del mercato se alla base di tutto non ci fosse l&#8217;attività sindacale dei tre operai licenziati e poi reintegrati nel loro posto in fabbrica. Oltre il confine del comportamento <span id="more-1508"></span>antisindacale, la Fiat raggiunge quello dell&#8217;incostituzionalità, della violazione dei diritti umani. Ma a chi fa solo del profitto l&#8217;unica ragione di esistenza di sé e degli altri tutto questo appare come una trascurabile inezia&#8230;</p>
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		<title>Nicola and Bart</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lo Scaffale della Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Sacco e Vanzetti]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa è una storia di due semplici uomini, di due italiani degli ultimi anni dell&#8217;800 e dei primi anni del&#8217;900. Emigranti, per motivazioni diverse, ma con lo scopo di riuscire a vivere dignitosamente in quella che ad entrambi sembrava la &#8220;terra promessa&#8221;. La vicenda di Sacco e Vanzetti ancora oggi dimostra come possa essere deleterio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questa è una storia di due semplici uomini, di due italiani degli ultimi anni dell&#8217;800 e dei primi anni del&#8217;900. Emigranti, per motivazioni diverse, ma con lo scopo di riuscire a vivere dignitosamente in quella che ad entrambi sembrava la &#8220;terra promessa&#8221;. La vicenda di Sacco e Vanzetti ancora oggi dimostra come possa essere deleterio il pregiudizio, come possa scatenare la più feroce delle repressione l&#8217;istinto di paura e di terrore davanti a chi mostra contrarietà rispetto alla classe dominante, al pensiero dominante, alla morale dominante.<br />
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti arrivano per vie diverse negli Stati Uniti d&#8217;America: il primo lascia in Italia una famiglia che ha un commercio di olio extravergine di oliva a Torremaggiore. Negli Usa trova lavoro presso un calzaturificio a Milford nello Stato del <span id="more-1504"></span>Massachussetts. E&#8217; un tipo tranquillo, di poche parole ma che non se ne stà in disparte quando c&#8217;è da rivendicare la riduzione dell&#8217;orario di lavoro, l&#8217;apertura a nuovi diritti per i lavoratori e da tutto il suo sostegno alle lotte sindacali dell&#8217;epoca. E&#8217; anarchico, come Vanzetti. Ma i due ancora non si conoscono.<br />
Bartolomeo emigra per fuggire da una Italia che gli ricorda il profondissimo dolore per la morte della cara madre e forse anche per confermare una tradizione di famiglia che aveva visto anche il padre emigrante.<br />
A differenza di Nicola, Vanzetti è un grande lettore di opere classiche e di autori anche moderni: in casa sua si trovano testi di Dante, Marx, Darwin, Hugo, Zola. E&#8217; anche un buon oratore e lo dimostrerà al processo, soprattutto nella fase finale, quando davanti ai suoi accusatori getterà in faccia la verità di quelle accuse, rette sul nulla, inconsistenti e rese possibili solamente dal clima xenofobo &#8211; in questo caso apertamente anti-italiano &#8211; e anticomunista (anche se Nicola e Bartolomeo non erano comunisti, ma anarchici) degli anni successivi alla Grande Guerra.<br />
L&#8217;esecutivo americano ha bisogno di inaugurare una stagione di repressione dei movimenti operai, sindacali, come già sperimentata a Boston. Occorrono due agnelli sacrificali. Sacco e Vanzetti sono gli obiettivi di questa repressione crudele, spietata e che nulla ha da invidiare ai modelli autoritari di tanti altri paesi sia dell&#8217;epoca che non.<br />
Quando scoppia la Grande Guerra, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti fuggono in Messico per evitare di essere arruolati. Sono anarchici e non presterebbero giustamente mai le loro forze al servizio di uno Stato e, per di più, in una guerra contro altri popoli. Ma questo la gente, i governi, non lo capiscono. Per lo meno, la maggior parte delle persone vede questi anarchici come pericolosi radicali, come persone che hanno una &#8220;non idea&#8221; del mondo e che sognano una società, una utopia, un non luogo dell&#8217;esistenza che nulla a che vedere col meraviglioso mondo capitalistico che proprio in quegli anni prende il via dalla potente macchina economica americana.<br />
Quando tornano, non sanno che sono già stati schedati come sovversivi. Il Ministero della Giustizia li conosce, li ha nelle sue cartelle e li tiene sotto osservazione. In queste liste compare anche il nome di Andrea Salsedo, un amico di Nicola e Bartolomeo. Fa una fine strana questo Salsedo, o per lo meno fa una fine chiarissima: viene assassinato dalla polizia che lo fa precipitare dal 14esimo piano del palazzo del Ministero di Giustizia. Un Pinelli ante litteram&#8230; Un &#8220;vizio&#8221; poliziesco quello di far precipitare anarchici distratti dalle finestre&#8230;<br />
Questa defenestrazione porta Nicola e Bartolomeo ad indagare, a cercare di scoprire la verità. Tentano anche di fare un comizio a Brockton, il 9 Maggio di quel 1920, ma vengono arrestati per aver diffuso volantini anarchici. Ed è in questo frangente che nasce l&#8217;assurda accusa: oltre ad aver affisso manifestini anarchici, avrebbero alcune settimane prima ucciso un cassiere e una guardia giurata del calzaturificio &#8220;Slater and Morrill&#8221;, mentre lo stavano rapinando.<br />
A nulla serve l&#8217;esposizione dei solidi alibi dei due anarchici italiani. A nulla serve la confessione del duplice delitto da parte di un detenuto portoricano. La giustizia americana ha già deciso: sono loro. Sacco e Vanzetti iniziano così un lunghissimo calvario proccessuale costellato di insulti nei loro confronti e di un castello di menzogne che fa rabbrividire nel leggere gli atti del dibattimento. Il linguaggio dei procuratori e dei giudici è spietato: &#8220;Bastardi anarchici&#8221; arriva a definirli il presidente del tribunale Webster Thayer. L&#8217;imparzialità del diritto americano è fuori dalle stanze del processo. Dentro ci sono solo pregiudizialità, la &#8220;paura rossa&#8221; dei comunisti, genericamente tale ed estesa a chiunque contesti l&#8217;ordine politico ed economico costituito.<br />
Nicola Sacco, per tutta la durata del processo, tiene un comportamento da quasi assente: conferma quel suo carattere timido, taciturno. Ma non risparmia alcune repliche a questo potere che lo giudica per qualcosa che non ha fatto, che lo giudica solamente perché è anarchico, perché è un emigrante italiano.<br />
Bartolomeo Vanzetti si esprime con più grinta, con veemenza. Punta il dito contro i suoi accusatori e dice loro quel che gli spetta. Parla l&#8217;inglese molto meglio di Nicola e fa un arringa finale che ancora oggi è considerata di altissimo profilo: <em>«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e  disgraziata creatura della Terra; io non augurerei a nessuna di queste  ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma  la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole.  Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un  radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un  Italiano» [...] (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts)</em>.<br />
La mobilitazione interna e internazionale per i due anarchici è enorme: cortei, assemblee ovunque, intellettuali che firmano appelli al governatore. Ma non serve a nulla. La poderosa macchina dell&#8217;ingiustizia farà il suo corso.<br />
Poco prima di essere portato alla sedia elettrica, Nicola Sacco scrive al figlio&#8230;: <em><em>«</em>Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice,  di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più  infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso  coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè  essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e  cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver  reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del  lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e  sarai amato dai tuoi simili.»</em>.<br />
Il 23 Agosto del 1927 li portano alla camera della morte. Li uccidono. Ma la loro storia, la loro memoria, il loro sacrificio estremo resta. E cinquant&#8217;anni dopo questo duplice omicidio di Stato, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis afferma l&#8217;innocenza piena dei due anarchici italiani: <em>«Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.»</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">MARCO SFERINI</p>
<p style="text-align: justify;">23 Agosto 2010</p>
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		<title>Lr estate! &#8211; ore 14.00: gli operai di Melfi ai cancelli della Fiat</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 09:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Fiom]]></category>
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		<description><![CDATA[Sì, siamo con loro. In tutto e per tutto. Siamo con la Legge; con quella Legge che molte volte contestiamo ma che, in questo caso, afferma un sacrosanto diritto dei lavoratori: il lavoro come diritto costituzionale, come elemento naturale della vita umana e non come mera concessione padronale. Siamo con loro, con i tre lavoratori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sì, siamo con loro. In tutto e per tutto. Siamo con la Legge; con quella Legge che molte volte contestiamo ma che, in questo caso, afferma un sacrosanto diritto dei lavoratori: il lavoro come diritto costituzionale, come elemento naturale della vita umana e non come mera concessione padronale. Siamo con loro, con i tre lavoratori che oggi, come ha dichiarato il segretario generale della FIOM Landini, anche a costo di essere scortati dalla polizia, entreranno alle 14.00 nello stabilimento FIAT di Melfi.<br />
&#8220;Non venite a lavorare, non abbiamo bisogno di voi. Ma vi paghiamo ugualmente&#8221;, così si era esspressa la dirigenza del gruppo torinese. &#8220;Non vogliamo il salario senza lavorare&#8221; hanno risposto con grande dignità questi uomini. Sono loro che ci stanno<span id="more-1500"></span> insegnando che esiste un nuovo, esplicito e non rinviabile conflitto di classe che vede la FIAT paladina di una nuova linea repressiva in merito ai diritti del lavoro e al ruolo di un sindacato che vuole ancora rimanere tale.<br />
Per questo, seppure col solo pensiero e con le parole che scriviamo qui su Lanterne rosse, oggi anche noi saremo con loro. Davanti a quei cancelli di Melfi. Ce la farete cari compagni, perché avete ragione, perché avete anche la Legge dalla vostra parte e perché l&#8217;eco della vostra lotta è destinato a non spegnersi così repentinamente.</p>
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		<title>Lr estate! &#8211; Se non vi vergognate&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 11:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sferini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Se non vi vergognate di odiare chi non è come voi, allora non potete dire di non essere razzisti. Se non vi vergognate della parole del ministro dell&#8217;Interno Maroni, che pretende di fare di più di quanto già sta facendo Sarkozy in Francia contro i rom, allora non potete dire di non essere razzisti. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se non vi vergognate di odiare chi non è come voi, allora non potete dire di non essere razzisti. Se non vi vergognate della parole del ministro dell&#8217;Interno Maroni, che pretende di fare di più di quanto già sta facendo Sarkozy in Francia contro i rom, allora non potete dire di non essere razzisti. Ma non serve una vergogna di maniera, di sufficienza. Non serve una vergona come alibi, come maschera, come ipocrisia rispetto all&#8217;essenza interiore, al sentimento che provate.<br />
Odiate e magari non sapete perché? Allora forse qualche speranza di recuperare un po&#8217; di senno c&#8217;è ancora. Ma se odiate perché siete consapevoli che neri, rom, zingari, omosessuali, senza tetto e altri ancora vi fanno schifo e paura, allora il circolo vizioso del <span id="more-1497"></span>razzismo ha fatto il suo corso. E ben poco c&#8217;è da fare, nessuna cura democratica vi potrà salvare. Forse le urne? Forse una rilettura della Costituzione? Forse il fermarsi un attimo a pensare senza giudicare.</p>
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