Ne abbiamo ancora ucciso 73
Ora non incolpate il mare di assassinio, anzi di strage. Incolpate, incolpiamoci noi stessi: nell’estate dei Vip, delle copertine dei giornali scandalistici, delle tv alla ricerca di uno scoop e delle polemiche politiche sui dialetti e sulle bandiere regionali, che spazio volete che abbia la notizia di 73 migranti morti per sfinimento o annegamento nel canale di Sicilia?
Lo spazio informativo magari tiene banco per qualche ora, poi tutto viene gestito in modo tale da rendere questi omicidi (perché di questo si tratta) come una conseguenza naturale di un modo di comportarsi: sfuggire alla miseria e attraversare il mare cercando rifugio nel Vecchio continente.
Ma le acque non hanno alcuna colpa. La colpa è tutta nostra, di un Paese che si è dimenticato di essere terra di confine tra due continenti, che ha gettato alle ortiche i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale scritti nella Costituzione e che ha prediletto forze politiche dedite alla formazione di un regime fondato sulla criminalizzazione della differenza, qualunque essa sia; fondato sulla sicurezza, fatta con le ronde, con la militarizzazione delle città; fondato sulla discriminazione e non sul dialogo, sulla condanna preventiva e non sulla presunzione di innocenza.
Le politiche di respingimento dei migranti fatte dal nostro governo, in pieno accordo con Tripoli, hanno già causato un certo numero di vittime e hanno reincentivato la compravendita di schiavi nelle terre africane. Tutti sanno, e pochi dicono, che chi capita nei centri di permanenza libici esce morto o ceduto (vogliamo dire… “venduto”?) a qualche strozzino delle disperazioni, a qualche moderno schiavista che ne fa della manodopera che classificare come ipersfruttata è pur sempre e solo un autentico eufemismo.
Noi abbiamo respinto, noi abbiamo ucciso. Sì, abbiamo ucciso. E lo abbiamo fatto anche ignorando le grida di aiuto di quei 78 (così narrano le cronache) etiopi ed eritrei (tra cui anche donne e bambini) che per quasi un mese sono rimasti in balia delle onde e che, dopo poco meno di una settimana, erano già senza viveri e senza alcun collegamento con l’Italia o con Malta o con la Libia o la Tunisia.
Provate ad immaginare cosa significa rimanere su un gommone per ventitrè giorni, per ventiquattro notti, finendo ad assistere alla progressiva morte di quasi tutte e tutti… Bevendo l’acqua del mare, in mezzo ai capricci del mare, sotto un sole che stermina le menti, fuori da ogni brandello di quella maledetta ipocrisia che chiamiamo “civiltà”.
Dov’è questa miserabile vergogna? Dov’è l’istinto rabbioso che un poco ci prenda per farci sussultare e per creare in noi una giusta indignazione? E’ tutto in vacanza. Anche la democrazia, e non solo da questa estate.
Le Leggi criminali che sono state approvate per impedire ai migranti di entrare in Italia sono tali proprio in queste circostanze e sono lì a dire che la nostra di “civiltà” è quella dell’egoismo e della prepotenza.
Ed è francamente insopportabile sentire anche da sinistra, anche da quella comunista, dire che non serve la pietà cattolicamente intesa, o un sentimento di pena per tutto questo. Io mi sento di provare pena e pietà, ma non con lo sguardo alto verso il basso, ma diritto negli occhi dell’etiope o dell’eritreo che mi guarda. E mi sento di dirgli anche che tutta questa storia è legata a rapporti economici, a poteri politici che sono condizionati dal biglietto verde o dalla moneta nipponica e che chi, come noi, è nemico di quest’economia non può non vedere nella lotta per l’abolizione della Bossi-Fini o di altre disposizioni anti-migranti una battaglia di classe, materialista e, quindi, di liberazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La tratta dei migranti fatta da organizzazioni clandestine è più che favorita dalle legislazioni restrizioniste fatte dall’Italia e dalla Libia: il proibizionismo incentiva la creazione di una rete “illegale” di rapporti che creano le migliori condizioni per il ricatto economico verso chi vuole fuggire e non trova altri mezzi se non i famosi “barconi” o gommoni delle mafie del mare (e della terra).
L’obiezione più comune, e anche più banale, che viene opposta a tutto questo riguarderebbe l’indiscriminato ingresso di chissà quante decine di migliaia di persone nel territorio italiano. Quale dramma comporti è ancora dato saperlo… visto che persino i dati ufficiali di questi giorni dicono che i teoricismi del “lavoro rubato” dagli stranieri sono tutti frutto delle psicosi xenofobe di questi decenni: i migranti compensano il loro lavoro con quello nostro e non tolgono un solo posto agli autoctoni ma, anzi, consentono a molti di noi di svolgere mansioni certamente meglio retribuite rispetto alle loro.
Quando in questi giorni andate al mare e fate il bagno, ricordatevi della storia dei 73 morti del canale di Sicilia. Ricordatevi e fate ricordare che c’è chi in mare si tuffa per rinfrescarsi e chi per fuggire dalle atrocità di una vita che gli viene, giorno dopo giorno, sempre più negata.
MARCO SFERINI
21 Agosto 2009
