La sintesi è questa: Mario Placanica, il carabiniere che si suppone abbia sparato a Carlo Giuliani in piazza Alimonda, agì per legittima difesa mentre il governo italiano fu negligente nel non prendere adeguate misure di protezione sia per chi protestava che per chi era oggetto della protesta durante lo svolgimento del G8 del luglio 2001 nel capoluogo ligure.
In sostanza, la Corte Europea dei diritti dell’uomo afferma che sì, l’Italia non fece tutto quanto era dovuto fare per assicurare i diritti di tutti e che per questo si crearono situazioni di aperto scontro e conflitto per le vie e le piazze di Genova che sfociarono in brutali pestaggi, in corse e rincorse di mezzi blindati contro i manifestanti, in aperte violazioni delle più elementari norme costituzionali di protezione del singolo e della massa che sfilava pacificamente per via Tolemaide quel giorno che il defender si insaccò tra un muro e il suo angolo e una pistola sparò due colpi. Uno mortale.
La Corte Europea si ferma però alla constatazione delle lacune organizzative da parte dell’esecutivo ospitante i grandi della Terra. Non un centimetro di osservazioni in più. Ma tanto basta per confermare quanto i tribunali italiani avevano già evidenziato al processo contro i 25 manifestanti: quelle omissioni, quelle colpe non furono per dolo, ma furono colpe intenzionali, frutto di una regia che mirava alla destabilizzazione dell’ordine, alla criminalizzazione del movimento e alla diffusione mediatica di immagini dalle quali si potesse chiaramente evincere che i contestatori erano niente di più di una informe massa di esagitati estremisti classificabili ora come Black Block, ora come anarchici insurrezionalisti, magari anche come devastatori, saccheggiatori.
Mai era stata messa in moto una macchina così precisa di sovversione delle idee, di manomissione delle menti, di generale colpevolizzazione del Social Forum genovese e di tutti coloro che, dalle più svariate nazioni di questo mondo erano venuti a protestare contro la riunione degli affamatori dell’umanità.
Le registrazioni delle conversazioni delle forze dell’ordine, le dichiarazioni di esponenti del governo, la presenza di Gianfranco Fini nella Questura di Genova avevano fatto intuire anche al più profano dei cittadini che qualcuno faceva il burattinaio e che qualche altro stava per cadere in una trappola impossibile da evitare.
Perché si può anche pretendere calma ripetutamente e non reazione alle provocazioni, ma quando queste martellano come martellava il sole di quel giorno, non c’è secchiata d’acqua che ti rinfreschi, non c’è limone che ti permetta di respirare una volta che un gas urticante ti è arrivato addosso e non sai il motivo.
La Corte Europea almeno ammette che la pianificazione dell’ordine pubblico da parte del governo italiano fu scarsa, negligente e impedì la pacifica protesta e la libertà di espressione.
Parole che possono suonare quasi ironiche, una beffa dopo tanti anni, ma che aprono la strada ad un ricorso che, afferma Giuliano Giuliani, ci sarà e si baserà sulla parte che invece nega l’omicidio di Carlo e che lo tratta come atto di legittima difesa.
Ci sono tantissimi video, foto, sequenze di fotogrammi e ricostruzioni. Ci sono film, documentari e piece teatrali. Ci sono faldoni di documenti, di elaborazioni, di perizie e controperizie. Ci sono le prove oggettive che: primo, non fu un sasso ad uccidere Carlo, ma una pallottola; secondo: che qualcuno tentò il depistaggio con la storia del sasso facendo apparire questo come il motivo della morte, avvenuta per un trauma cranico (nel “Libro bianco” curato da Carta, Liberazione e il manifesto le foto in merito sono esplicative): lo si evince da una specie di croce sulla fronte di Carlo che non poteva essere fatta se non dopo che il suo passamontagna fosse stato tolto dal volto); terzo: la pistola che spara mira non in alto, in atto di dissuasione e dispersione della folla, ma diritta sui manifestanti.
Da qui l’enigma: c’era o no la volontà di uccidere? Era, come dice la Corte Europea, un gesto disperato di legittima difesa oppure un deliberato atto di offesa?
Ogni volta che mi trovo a ricordare Genova 2001 e piazza Alimonda, mi viene sempre in mente una delle storie che più mi ha impressionato, segnato e che porto con me come un bagaglio di esempi, come una storia di una vita di un giovane che il potere ha ucciso deliberatamente, per fargliela pagare: di essere anarchico, di essere in piazza a contestare i fascisti pisani, di essere un orfano che non era solo, ma ricco di amici, di compagne e compagni.
Franco Serantini, ma anche Giorgiana Masi, Saverio Saltarelli e tanti altri giovani libertari, comunisti, radicali, di differenti fedi politiche, sono stati uccisi non da avversari politici in quegli anni in cui gli scontri erano tremendamente violenti. Sono stati uccisi, come ebbe a scrivere anche Umberto Terracini a proposito di Serantini, con una violenza inaudita, una violenza di Stato.
E questa violenza non è repubblica, ma solo omicidio. La repubblica è altro da tutto questo. Come è altro dal respingimento dei migranti, come è altro dalla classificazione operaia nelle gabbie salariali, come è altro dalla xenofobia e omofobia dilagante, da tutti questi episodi di razzismo e violenza che ogni giorno aumentano in un clima di intolleranza esasperato dalle vigenti normative securitarie.
In questo contesto da spleen baudelariano, sotto questo tedioso governo repressivo e oppressivo, c’è ancora la speranza di una resistenza, di una ricostruzione del rapporto tra società e politica.
E ciò può avvenire se si ha fiducia in un potere che forse non sarà mai buono in sé ma che, certamente, è migliore di quello del 2001 genovese e di oggi: un potere che non separi ma unisca, che non discrimini ma dialoghi e integri, in un potere che sia veramente repubblicano nel senso di rappresentazione della “cosa pubblica” e non di particolari interessi privati.
A Carlo non è ancora stata resa giustizia, ma noi sappiamo che eravamo ieri e siamo oggi dalla parte giusta: quella dei più deboli, degli oppressi, non quella dei potenti, non quella degli sfruttatori. A Genova, ma anche prima di quel luglio, Carlo era con noi e noi eravamo con lui. Non aspettando, ma cercando la giustizia sociale. Oggi anche quella per il ragazzo a cui, da quel giorno, abbiamo intitolato la piccola piazza.
MARCO SFERINI
26 Agosto 2009


26 agosto, 2009
Marco Sferini
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